2010-01-26 09:48:11Anche la Svezia si italianizza
C'era una volta il super-welfare,
ecco come cambia lo Stato scandinavo
GIANLUIGI SAVIO
Grandi spazi, pulizia, ordine, benessere… Il sogno sembra diventato realtà: un italiano che percorre le vie di una qualsiasi città svedese, e ancor più se si muove in bici tra i deliziosi villaggi del Sormland, una delle zone residenziali che circondano Stoccolma, si convince di avere raggiunto il mitico paese di Utopia.
Questo viaggiatore italiano non ne è sorpreso. Sa che proprio qui, nel grande nord, è nata nell'immediato dopoguerra la moderna concezione del welfare: una sorta di garanzia economica per tutti, dalla nascita alla morte. Sa che qui l'istruzione è completamente gratuita (e assai efficiente). Sa che qui il sussidio di disoccupazione non è un palliativo ma un vero stipendio, e soprattutto un diritto (a patto di continuare a cercarsi un lavoro, infatti solo un disoccupato su 8 rimane tale per più di un anno).
Quindi non è certo choccato a sentire che anche i muratori (a cui magari capita di chiedere informazioni dopo aver sbagliato strada) parlano perfettamente l'inglese; che anche il più modesto impiegato ha il suo cottage (in legno) per le vacanze o per una tranquilla esistenza dopo essere andato in pensione; che tutti - o quasi tutti - hanno in programma almeno un viaggetto all'estero ogni anno. Ma, se poi gli capita di conoscere davvero uno svedese, di parlare con lui della situazione reale, be' allora molte illusioni cominciano ad appannarsi.
Questo signore - pensionato dopo essere stato per parecchi anni un un'impresa import-export - ricorda che già all'inizio degli Anni 90 il governo di Stoccolma fu costretto a intervenire per salvaguardare la stabilità del sistema bancario: allora lo Stato protesse i depositi e si fece garante dei debiti delle banche che non riuscivano a riprendersi. Ma il prezzo pagato fu l'inizio di un'inversione di tendenza: una cospicua crescita del disavanzo pubblico e un aumento della disoccupazione. E qualche tempo dopo, anche una prima - seppure non traumatica - ristrutturazione del sistema pensionistico. E spiega che, soprattutto, è cambiato il rapporto di fiducia tra il cittadino e lo Stato. Il costo della vita a livelli pericolosamente alti; l'enorme pressione fiscale (la più alta in Europa): lo svedese medio non si sente più garantito come prima, né per il presente né per il futuro.
La gente si sente tiranneggiata e - per l'interlocutore italiano la cosa non è priva di interesse - cerca di sfuggire, nei limiti del possibile, a un Erario così esoso. Così cresce lentamente ma inesorabilmente un'economia in nero, e chi può si rivolge alla sanità e all'istruzione privata. Disagi, insomma, più che vere difficoltà. Ma - in un mondo abituato da decenni a contare fideisticamente sullo Stato - una crisi psicologica può essere più inquietante di un crollo finanziario. E ha un immediato riscontro nella politica.
Alle elezioni del 2006 la socialdemocrazia - quasi ininterrottamente al potere dal 1917 - ha dovuto passare la mano alla coalizione di centrodestra, guidata da Fredrik Reinfeldt. L'interlocutore svedese ce ne spiega le ragioni: «E' stato un voto di protesta. Io sono sempre stato, e sarò sempre socialdemocratico. Ma bisognava far capire a quella classe politica che non può continuare a governare solo per forza d'inerzia. La disoccupazione sale, e pure il costo della vita.
Ci vogliono ricette nuove. Non è detto che i Moderati le posseggano. Ma volevamo provare». Deluso? «Abbastanza. La crisi mondiale dell'ultimo anno è stata tamponata. Tamponata, nulla di più. E rimane l'impressione che qualcosa sia cambiato senza scampo. E che non si possa più tornare indietro».
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